giovedì 8 ottobre 2009

La strega: Demone o sacro femmineo?



L’etimologia proposta per il termine Janara,usato da sempre per definire genericamente la strega di Benevento ( dal termine osco Maloenton, che significa ritorno delle greggi),mette in connessione tal nome con la definizione latina di janua= porta o ianus=passaggio coperto,considerata come insidiatrice delle porte, ma può anche definirsi custode di esse.La valenza negativa,è frutto della continua demonizzazione della figura della janara, fattasi più forte dall’alto medioevo in poi, con l’avvento del cristianesimo , anche se già riscontriamo nel diritto romano la condanna per ogni forma di stregoneria .
Si vuole anche,considerandolo come termine dialettale, che la semiconsonante iniziale è l’evoluzione naturale del nesso latino \di\ (come nel caso di diurnum- juorno).Pertanto il termine non viene da janua, ma da dianara o dianiana, aggettivo derivato da Diana, equivalente a seguace di Diana.
Il termine ianua però ci conduce anche ad una divinità romana del lazio primitivo,e di conseguenza di tutte quelle etnie indigene con le quali il nascente popolo romano veniva a contatto (come gli Oschi e i Sanniti) : Giano = ianus= janua=porta ; è di difficile comprensione nelle sue prerogative storiche e senza riscontro ufficiale nel mondo ellenico e preellenico.
La tradizione leggendaria lo collega con l’origine di Roma e vuole che egli avrebbe introdotto la pratica della navigazione e la coltivazione della terra. Dopo la sua morte venne divinizzato, con parecchie attribuzioni anche di carattere magico.In rapporto con il suo nome, venne venerato insieme alla dea Cardea (o Carna dea dei punti cardini) come custode delle porte ,dei trivi e delle zone liminali (di confine). Questo spiega la sua rappresentazione sotto l’aspetto di erma bifronte, di cui una faccia guardava al di dentro e una al di fuori. I luoghi sacri a lui attribuiti erano i crocicchi,su cui venivano costruiti passaggi coperti il più delle volte removibili e trasportabili(costruzioni in legno); come pure era cosi strutturato il tempietto a lui dedicato,una delle poche testimonianza a noi giunte, voluto da Numa, (Numa Pompilio,re sabino, che apportò considerevoli riforme anche nell’ambito religioso)consistente in una specie di passaggio, con due porte poste l’una di fronte all’altra, chiuse in tempo di pace e aperte in tempo di guerra. Come buon propiziatore di ogni inizio,Giano portava l’epiteto di pater,presiedendo alla prima parte del giorno, come dell’anno (Ianuarius=gennaio), alle calende di ogni mese era associato a Giunone nelle preci.
La testimonianza archeologica più inquietante di questa divinità, è stato il ritrovamento di una statuetta a Cortona del IIsec a.c.,genericamente attribuito al popolo italico, con una dedica incisa su una gamba, la cui grafia, come nella foto estrapolata da un testo enciclopedico, non sembra di caratteri latini, bensi osco-etruschi


Di questa divinità,Giano, e del periodo stesso in cui si colloca, si sa ben poco.Nel corso di studi sulle popolazioni indigene italiche preromane e prima della colonizzazione ellenica, si è voluto spesso accumunare identità etniche locali in definizioni superficiali come popoli italici; gli usi, costumi ed espressioni artistiche declassificate come imbarbarimento della civiltà ellenica che andava a confrontarsi con le multietnie locali e quindi ad una produzione artistica immiserita con il termine di primitivo. Solo recentemente, con uno studio più accorto dei ritrovamenti archeologici, si sta delineando un cursus storico-antropologico di queste popolazioni. I pelasgi (scavi nell’entroterra irpino), gli oschi(ritrovamenti di Pietrabbondante) ed infine i sanniti, rendono viva testimonianza di quanto le tradizioni e gli usi e il bagaglio di miti e leggende della terra sannita, abbiano radici profondissime (VII-V sec ac). Il percorso storico sulla figura leggendaria della janara, ci porta a scavare nella storia mitologica di questi popoli; sarà sorprendente scoprire le molteplici analogie simboliche tra il mondo mitologico-religioso di questi popoli antichi e ” gli accessori iconografici” della vera strega di Benevento,che si trova solo nelle leggende trasmesse in parte ancora oralmente,e che ancora aleggiano sulla citta, come ancora viva è tale figura nella cultura agreste della nostra terra.



-La zucculara - La strega vera di benevento


E’ definita con questo termine, un’altra figura sinistra di strega beneventana , come la janara, ma più legata ai luoghi della città e forse per questo ancora più radicata nella tradizione delle leggende popolari locali. La zucculara pare che si chiamasse cosi per i rumorosi zoccoli che indossava. La sua dimora è identificata con la zona del “Triggio”, quartiere medioevale posto alle antiche porte sannite della città (port’Arsa). Il Triggio prende il nome proprio dal latino Trivium , pare per l’esistenza di un importante nodo viario ed è confermato dalle fonti bibliografiche ed archeologiche (e poco distante c’è lo scavo sannitico di contrada Cellarulo).Per Benevento passavano la via Appia, la via Traiana, e la Egnazia . Per via che la zucculara indossasse zoccoli rumorosi e vagasse di notte in prossimità dell’antico trivio,si vuole abbinare questa figura al culto della dea Hecate, dea della notte e dei trivi (anche Hecate indossava zoccoli di bronzo se c’era la luna nera, erano d’oro in luna piena). Un culto, radicato nel nostro territorio per un moltitudine di riferimenti letterari , mitologici e antropologici,ma che potrà essere accertabile solo con il prosieguo di ricerche archeologiche mirate ad un identificazione storica delle etnie preesannite. Ma già dal fatto che la zucculara-Hecate si erge a custode dei trivi, ci riconduce al mito preromano di Giano, come prima descritto e connesso etimologicamente alla janara.
A dimostrazione di un nesso tra Giano ed Hecate , questi vengono entrambi menzionati nel sesto inno di Proclo, in cui il poeta invoca le due divinità a soccorso e a protezione del proprio cammino esistenziale, proprio in qualità di custodi delle porte, quindi - simbolicamente -delle regioni e dei momenti iniziatici della vita e della morte. Ancora in relazione a Giano, viene citata da Arnobio nel suo Adversus Nationes, in 3.29 (fine dl III sec d.c.), dove si elabora la genealogia in cui il nume bifronte sia figlio di Hecate e del cielo.
Inoltre abbiamo il Plutarco che nel Numa , cfr19.11 che accomuna le due divinità con l’appellativo di “doppia faccia”, epiteto che esprime la facoltà di vedere in entrambi direzioni opposte (la vita e la morte ad esempio).
Nel sistema caldaico del secondo ellenismo, vede formulazioni di tipo profetico in cui compare il nome di Hecate bifronte, e perciò si fa sempre più forte il sospetto di fusione del culto Hecate-Giano in terra italica,o sostituito nella colonizzazione greca , quello di Giano con Hecate,più potente nella nuova veste di triadizzazione. Il pensiero mistico – filosofico diffonde il concetto di triadizzazione di entità e sostanze; si andrà ad identificare Hecate, divinità primitiva bifronte, che la vuole nativa della Caria ,in Tessaglia, ad Artemide (Diana per i romani e sanniti romanizzati), divinità voluta come trina con lo sviluppo della filosofia pitagorica : ogni forma è esprimibile numericamente e i numeri stessi sono archetipi divini. La trinità come sintesi di integrazione degli opposti e quindi la perfezione.

Sta di fatto che la figura di Hecate detiene il peculiare primitivo carattere di intermediaria fra gli esseri immortali e mortali (viene menzionata anche come traghettatrice dei defunti); un aspetto che la rende virtualmente partecipe e fautrice sia del mondo divino , che di quello umano. La sua triplicità rappresenta l’ umano nella sua forma terrestre, equino nella sua veste lunare,(luna inteso come astro e sinonimo di intermediazione tra il sensibile e l’intelleggibile) , e canino in veste infernale.(3)
Questa veste trascendentale della dea è vista però ,nel tardo misticismo, solo con tratti nefasti; quindi non più fautrice del Mater, eterno ciclo di nascita- morte-resurrezione,ma mutilandola al solo mondo della magia e al dominio infernale, nel senso più deteriore del termine. Del resto ciò diviene deducibile in quanto ella, nelle civiltà agresti arcaiche, è legata per analogia iconografica, ai cicli stagionali;la natura nella sua dualità ,provvidenziale o distruttiva, può essere apportatrice di abbondanza, fertilità o di carestia e morte. In ogni caso, come in circostanze di oscurantismo culturale, si fa sempre più forte l’esigenza esoterica di una mediazione fra il dio e l’uomo,dove la divinità è concepita più lontana e astratta dalle vicende del mondo reale,e più appartenente ad una sfera mistica ed ancestrale,irraggiungibile e quindi temibile per l’uomo.
Fin qui come esposto,sembra gratuito il rapporto con i popoli sanniti e questa divinità, Hecate, nella sua forma primordiale ,come nelle sue evoluzioni; del resto non ci sono ancora testimonianze archeologiche che ne attestano oggettivamente il culto nell’entroterra appenninica, perlomeno non è esplicita la presenza, dal momento che sono molte le deformazioni causate sia da una stratificazione impressionante di culti nel corso della storia, sia da uno studio approssimativo dei popolazioni autocne preelleniche e preromane. Ma, partendo da dati di fatto che stanno emergendo con nuovi studi archeologici, i Pelasgi , ad esempio,sono popoli ritenuti provenienti dalla Tessaglia,terra dell’Asia minore dove la maggioranza degli studiosi afferma che la figura di Hecate nasca proprio lì e precisamente nella regione della Caria. Terra d’origine che ci riporta immediatamente alla memoria Medea, altra figura associata ad Hecate come patrona di arti magiche (Seneca,Medea). Inoltre, nella peculiare analisi di tutto il corredo simbolico-iconografico che accompagnano le leggende popolari sulla janara-zucculara di Benevento, ci si accorge inconfutabilmente, che questo sia stato attinto in quasi tutta la sua totalità dal mondo magico- mitologico ,ampliamente documentato, della letteratura classica.
La curiosità ci porta a verificare che la Caria sia terra di noci, il cui nome deriva dal greco Karion (noce). Il noce si sa quanto sia legato alla strega di Benevento, ma è interessante sapere che nell’antichità preellenica fosse consacrato a una divinità ctonia chiamata Kar o Ker ,divenuta presso i Greci Kore,la fanciulla rapita da Ade e divenuta dea degli inferi col nome di Persefone facente parte anch’essa, come Hecate, della schiera di divinità megas femminili panaelleniche(o Kùru,nome osca ancora incomprensibile)(4). Oppure l’altra località detta Carias in Arcadia, considerato villaggio delle noci , dove le fanciulle facevano una danza in onore di Artemide, e che qui era chiamata Cariatide.
E’ appassionante verificare ,dopo raccolto pochi dati storici di riferimento , come il simbolismo legato al culto di Hecate e alle deità panelleniche, impregna la figura leggendaria della janara-zucculara, archetipo del femmineo sacro presso le culture agresti del periodo preesannita. Purtroppo sono ancora poche le notizie documentate da fonti archeologiche e quindi attendibili sui culti religiosi,ma spesso sono proprio le leggende popolari, ancora vive, a nascondere preziosi indizi per assurgere a delle verità storiche.
Scritto dalla mia Hermana di Terra


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